Tempo di lettura
Paolo ha 32 anni e viene dai Quartieri Spagnoli di Napoli. La sua è una storia dura, piena di ferite, ma anche di una voglia autentica di riscatto. Una vita segnata dalla sofferenza, dal carcere, dalla droga, ma anche dalla speranza che non muore.
Paolo nasce in una famiglia difficile. Suo padre ha passato più di trent’anni in carcere. Anche sua madre è stata detenuta. Quando era piccolo, venne affidato a una zia che però, racconta, beveva molto. Solo a otto anni torna con la madre. Una madre forte, che ha cresciuto cinque figli maschi da sola, tra mille difficoltà. “Per me lei era tutto,” dice con gli occhi lucidi. Ma la vita non gli ha mai fatto sconti.
Da ragazzo, Paolo avrebbe voluto studiare. Era iscritto a economia aziendale, ma ha dovuto rinunciare agli esami per lavorare. Crescere in un ambiente dove la criminalità è presente ovunque, dove il cognome può segnarti più di una cicatrice, non è facile. “Sono sempre stato bollato,” racconta, “persino dalla polizia e da certi amici.”
A 15 anni, durante una vacanza a Ibiza, inizia a usare cocaina. Da allora, la droga entra a far parte della sua vita. All’inizio solo nei fine settimana, ma poi, dopo i ventiquattro anni, tutto cambia. Viene travolto da un crollo emotivo: arrestano la sua famiglia, la madre è malata, i fratelli in carcere. Lui è l’unico libero e sente tutto il peso del mondo sulle spalle.
Per un periodo gira il mondo: Stati Uniti, Canada, America Latina. Vive vendendo profumi falsi ai ricchi, truffando, guadagnando tanto, divertendosi, ma dentro sente un grande vuoto. “Mi sentivo efficiente,” dice, “ma sapevo che non era giusto.” Poi torna a Napoli, e lì precipita del tutto nella dipendenza.
La cocaina e l’alcol diventano il suo rifugio e la sua condanna. Quando finalmente il padre torna a casa, dopo trent’anni di detenzione, Paolo è felice per la madre, che lo ha atteso senza mai cercare un altro uomo. Ma un anno dopo, lei muore. Un altro colpo durissimo.
Con il padre non riesce a costruire un vero legame. Troppo diversi, troppo distanti. “Io sono un sognatore,” dice Paolo, “lui viene da un’altra epoca.” In mezzo a tutto questo, le sue emozioni si sgretolano. Perde anche il passaporto a causa di vecchie multe penali e la possibilità di partire per l’estero svanisce. “Mi sono fermato. Non riuscivo più ad andare avanti.”
È in quel momento che Paolo decide di venire al Centro Betesda. “Mi trovo bene, forse dovevo proprio venire qui,” dice con una luce nuova negli occhi. È al centro da quindici giorni, ma qualcosa è già cambiato. Ha cominciato a credere che sia possibile voltare pagina. Che anche per lui ci possa essere un futuro diverso, pulito, libero.
Paolo ha dentro una grande umanità, un cuore buono, pieno di desiderio di riscatto. Nonostante le sue ferite, ha ancora la forza di cercare la verità e la libertà. Il suo coraggio di raccontarsi e mettersi in gioco è un seme prezioso, che al Centro Betesda può finalmente trovare terreno fertile per germogliare.
Lascia un commento