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Mattia ha 27 anni e viene dalla Svizzera. La sua è una testimonianza profonda, che mostra come anche una vita apparentemente normale possa nascondere un dolore grande. Cresciuto in una famiglia di credenti, con due genitori ex tossicodipendenti convertiti, ha avuto un’infanzia serena. Ma durante l’adolescenza, qualcosa cambia.
A 14 anni inizia con le canne, poi passa all’alcol. “A 16 anni già bevevo ogni giorno,” racconta. Il lavoro in cantiere, le pressioni, le umiliazioni, lo spingono a cercare conforto nell’alcol. “Era cultura da noi. Se bevi ma lavori, nessuno ti dice niente.” Ma la verità è che dentro Mattia si stava formando un vuoto.
Con la maggiore età, smette di andare in chiesa e il declino accelera. Alcol e cocaina diventano un binomio quotidiano. “Il bere chiedeva la cocaina. Era tutto legato.” Guadagnava bene, ma bruciava ogni centesimo in droga e donne. Ha vissuto periodi di ‘ripulitura’, anche grazie a controlli sanitari, ma ogni volta tornava al punto di partenza.
Il dolore diventa più forte quando perde il padre, anche lui con un passato di dipendenza. “Ho visto i suoi errori e non voglio ripeterli.” Decide di entrare al Centro Betesda. Non perché lo costringe qualcuno, ma perché dentro sente il bisogno di cambiare per davvero. “Il senso di colpa davanti a Dio mi distruggeva. Voglio metterLo davanti a me.”
Oggi Mattia è un giovane pieno di domande, ma anche di determinazione. Lavora sodo, partecipa a tutte le attività del centro e non vuole tornare indietro. “Posso anche rifare l’imprenditore, ma senza Dio finisce sempre allo stesso modo. Per una volta voglio seguire Lui.”
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